musica, poesia

Sono nato con il dono di una voce d’oro – Leonard Cohen

Un mio articolo su Leonard Cohen e su quello che può voler dire Leonard Cohen, soprattutto oggi. E’ uscito per L’APERITIVO ILLUSTRATO N.68/15, WINTER ISSUE.

… l’anima, che per l’uomo comune è il vertice della spiritualità, per l’uomo spirituale è quasi carne.
(Marina Cvetaeva)

C’è un momento significativo nel Live in London dell’ottobre 2008: Leonard Cohen è dietro la sua pianola e sta cantando Tower of Song (probabilmente la più bella canzone mai scritta sul fatto di scrivere canzoni). Sotto il suo Borsalino, intona questo verso: ‘I was born like this/I had no choice/I was born with the gift of a golden voice’. Nel momento di pronunciare la parola “golden” chiude gli occhi: sa bene che il pubblico esploderà, sa bene che quel suo pubblico sente con lui. Così accade, del resto. Un visibilissimo fremito gli prende la schiena, lo si può quasi provare attraverso il video, per una sorta di solenne empatia. Quel momento non è la solita manifestazione di entusiasmo a un concerto rock, è qualcosa di più.

Leonard Cohen

Cohen è tornato su un palcoscenico dopo più di quindici anni, dopo averne passati diversi in un monastero buddista in California (Jikan era il suo nome da monaco, ovvero “il silenzio che sta tra due cose”) e aver scoperto che la sua manager lo aveva truffato, portandosi buona parte dei suoi risparmi (si legga I’m Your Man, la bellissima biografia di Sylvie Simmons sul cantautore di Montreal, Canada); nel 2008 si è rimesso in tour insieme ad un gruppo di musicisti incredibili, attirando l’attenzione di tutto l’ambiente musicale internazionale. Le sue performance non assomigliano in niente a quelle dei suoi coetanei: niente “fumi e raggi laser”, per citare un cantautore siciliano, e nemmeno l’ombra di quel giovanilismo, di quella retorica del rock’n’roll che caratterizza le esibizioni di tanti veterani degli anni Sessanta e Settanta che ancora calcano le scene. Del resto Leonard Cohen, nato a Montreal, scrittore e poeta ancor prima che cantautore e musicista, non è mai stato un “giovanilista”: arrivato al successo a più di trent’anni, dopo aver capito che con le sole poesie “non si pagano le bollette”, ha da subito cantato di Gesù come un marinaio (Suzanne), di iniziazioni, di tormenti amorosi imbevuti di riferimenti biblici. Songs of Leonard Cohen, Songs from a Room e Songs of Love and Hate uscirono tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, quando la retorica proposta dalle canzoni hippie, tutte “pace e amore”, raggiungeva la sua massima diffusione. Quel 17 ottobre del 2008, a Londra, Cohen andò in scena mostrando al mondo lo stile e la scaletta che avrebbero caratterizzato tutti gli show del suo tour: più di venticinque canzoni, alcuni intensissimi momenti di recitazione, sprazzi di ironia e autoironia e un pugno di musicisti e coriste di livello tecnico e sensibilità impareggiabili. Uno di loro dirà, poi, di non aver mai suonato in una band così, in cui “everything fits”, tutto è al posto giusto. In molti hanno scritto, e posso confermarlo, che vedere Cohen ora come ora è qualcosa di più simile a un’esperienza religiosa che al concerto di una vecchia stella. Ringrazia il pubblico, si toglie il cappello, si inginocchia, fa trasparire una gentilezza e un’umiltà privi di affettazione. Ti chiedi cosa sia stato a rendere una persona così profondamente umana, e qualche risposta la trovi nelle canzoni.

Leonard Cohen 2

Dance Me to End of Love è una danza d’amore, di bellezza e salvezza: ‘Dance me to the children who are asking to be born/Dance me through the curtains that our kisses have outworn…’ impreziosita da una voce ormai profondissima, che sembra uscita proprio dagli abissi di quella A thousand kisses deep, recitata durante la serata in una versione alternativa, su un letto morbido di tastiere: ‘You came to me this morning/And you handled me like meat/You’d have to be a man to know/How good that feels how sweet…’. Già, perché uno dei tratti di Cohen è sempre stata l’ironia: qualcosa che i critici degli anni Settanta non capirono mai, insistendo solo sui suoi tormenti interiori. La miopia degli addetti ai lavori, talvolta, sa essere nitidissima. Come non accorgersi dell’innato talento comico di chi, in One of us cannot be wrong, nel ‘67, scriveva: ‘I showed my heart to the doctor. He said I’d just have to quit/Then he wrote himself a prescription, your name was mentioned in it’. Un certo Lou Reed, premiando Cohen in un’importante occasione, commentò che al suo amico sarebbe bastato scrivere quella frase. La comicità di Cohen, infatti, scandisce il concerto londinese insieme alla sua preziosa gentilezza.

Mi è capitato, una sera, di assistere a un dibattito tra due persone. Parlavano della sua Hallelujah, ormai un inno che i cantanti stessi si tramandano di voce in voce. Uno diceva che la canzone si rivolgeva a Dio, l’altro che raccontava di una “scopata”. Qualcuno avrebbe dovuto spiegare che questo contrasto è sterile e inutile. La componente mistica e quella carnale sono inscindibili e, del resto, lo sono sempre state: ‘And remember when I moved in you/The Holy dove was moving too/And every bre- ath we drew was Hallelujah’. Hallelujah è solo uno degli esempi che confermano che l’esperienza umana è per sua natura unica e indivisibile nella sua essenza. Cohen ha saputo dargli forma sin dagli albori come pochissimi altri. If It Be Your Will è un’altra delle sue immense preghiere. In un’intervista gli domandarono se ci fosse stata una canzone che avrebbe voluto scrivere durante la sua vita. Rispose “If It Be Your Will, e l’ho scritta”. A Londra, e per tutto quel tour, venne da lui introdotta e poi affidata alla voce, all’arpa e alla chitarra delle Webb Sisters, sue coriste, per una versione eterea e indimenticabile: ‘If it be your will/If there is a choice/Let the rivers fill/Let the hills rejoice/Let your mercy spill/ On all these burning hearts in hell/If it be your will/To make us well’. Anche Antony ne registrò una incantevole. In effetti sono moltissime le versioni alternative delle composizioni di Cohen, riportate alla luce anche da artisti del panorama più “pop”: per ultima una Chelsea Hotel n.2 reinterpretata da Lana Del Ray. Il pezzo fu scritto ricordando la breve liasòn con Janis Joplin: ‘I remember you well in the Chelsea Hotel/You were talking so brave and so sweet/Giving me head on the unmade bed/while the limousines wait in the street’.

Leonard Cohen

Ho spesso sentito dire che Cohen è più “poeta” e “scrittore” che musicista. Certamente le sue parole hanno un’importanza innegabile. Ma lui stesso ha detto: “… So the music dissolves in the lyric and the lyric dissolves in the music”. Come sempre gli elementi sono inscindibili e la prova del suo innato genio compositivo sta proprio nella stima che i suoi colleghi hanno per lui e nelle migliaia di volte che una sua canzone è stata riportata in vita, risuonata e interpretata nuovamente. Le sue melodie non si esauriscono mai. Pensiamo all’Hallelujah di Jeff Buckley: una versione bellissima, la gemma di un interprete unico. Buckley non avrebbe saputo scrivere un testo di quella portata, ma non avrebbe mai nemmeno raggiunto un’armonia musicale così semplice ed eterna. Per magia vi ha riversato tutto se stesso, tutto il suo immenso talento, come si fa in un capolavoro. Cohen stesso confidò a Bob Dylan di aver impiegato due anni per terminarne la stesura, salvo aver ammesso più tardi, candidamente, di aver barato: ci aveva messo molto di più. Questo lato di Cohen è peculiare: molte delle sue canzoni, ma anche molte sue poesie, sono state scritte in anni e anni: riviste, abbandonate, riprese, scartate e riscritte di nuovo. Ciò che sentiamo è il frutto di un tempo dilatato: è il frutto di un silenzio giunto a compimento, finalmente distillato.

Il Live in London, che qui ho scelto come filo conduttore, esalta la trasformazione delle sue canzoni in qualcosa di inedito e di compiuto: The Gipsy Wife, probabilmente il momento più alto dello show, trova in un letto di arrangiamenti in dissolvenza una versione di se stessa non stravolta ma prima impensabile. Sono la donna, il desiderio, la perdita e l’amore i cardini imprescindibili di una poetica che trova, distillata in canzoni esemplari, esempi memorabili di se stessa: ‘…Tho’ all the maps of blood and flesh/Are posted on the door/ There’s no one who has told us yet/What Boogie Street is for’ (da Boogie Street).

Foto di Guido Harari

Foto di Guido Harari

Non ha fatto altro che muoversi come un pendolo, Leonard Cohen, oscillando e oscillando tra la solitudine del desiderio e l’aspirazione alla trascendenza: lo spirito si incarna nella carne e la carne è sempre luce nella vita di quest’ebreo errante (‘…Most of you was naked/Ah, but some of you was light…’ da Waiting For The Miracle). Gli è successo per un’intera esistenza: questa dicotomia è stata salvezza o ferita da rimarginare. Le ha sempre raccontate con la sua voce calma e, da un certo momento in poi, profondissima, rauca, sensuale. La sua voce d’oro.

Non ha mai offerto una ricetta per vivere, Leonard Cohen, e in definitiva è soprattutto questa la sua grandezza.

Sarebbe stato facile, per chi è vissuto per buona parte degli anni Novanta in un monastero buddista, con il suo maestro Roshi, porsi all’esterno come un illuminato, pacificato nei confronti di se stesso, del tempo e del mondo. Non è stata questa, tuttavia, l’idea che ha avuto e ha di sé; in lui e nella sua opera non c’è nulla di scontato o consolatorio. Non vi troverete mai la violenza della semplificazione e nemmeno l’urgenza della complessità a ogni costo. Cohen non appartiene al linguaggio di quest’epoca, non sa esprimersi per slogan: in lui dimorano il dubbio e il mistero.

Dopo il suo ritorno nel 2008, dopo il suo tour, ha inciso Old Ideas. Era il 2011 e in Going Home ci ha detto di voler imparare a scrivere una canzone d’amore, un manuale per vivere nella sconfitta. I temi sono gli stessi, ma c’è ancora più consapevolezza nel suo intonare se stesso avvolto in arrangiamenti essenziali che porterà nel mondo con un altro tour. C’è un’accettazione reale e una gioiosa consapevolezza nel fare quello che fa e nel continuare a farlo fin quando possibile.

La verità è che Leonard Cohen è come le migliori bottiglie di vino rosso: hanno in loro, sin da subito, tutti gli elementi che le rendono uniche… C’è già tutto, eppure nel tempo migliorano, e sono perfette evolvono senza corrompersi. Partendo da loro stesse diventano, in uno strano e singolare divenire, loro stesse nuovamente, pur vivendo nel mutamento. È così: lui stesso è divenuto la propria opera d’arte, e lo ha fatto tramite tutte le proprie esperienze, le proprie delusioni e le proprie miserie, arrivando ad accettarle come parte dell’esistenza ed evitando sempre di ergersi a maestro di qualcuno. Non c’è una verità da dare in pasto ai più giovani, agli sfortunati, ai perduti, alla gente: solamente, ancora una volta, un farsi strumento per accogliere la bellezza, accettandone l’oscurità insieme agli istanti di luce.

Leonard Cohen, mentre scrivo, ha da poco compiuto ottant’anni. Per l’occasione ha pubblicato Popular Problems. Chissà cosa vuol dire, per lui, poter cantare ancora ‘I was born with the gift of a golden voice’. Non sembra proprio voler smettere, e chissà che non passi un altro decennio nel farlo. Cohen è per ora un grande concentrato di esperienza artistica e, prima ancora di questo, di esperienza umana, di umiltà e accettazione del mistero che siamo e in cui siamo avvolti. È soprattutto un concentrato di silenzio che riesce a comunicarsi.

Molto tempo fa scrisse:

I am almost 90
Everyone I know has died off
except Leonard
He can still be seen
Hobbling with his love’.

Io me lo auguro, Leonard, con tutto l’amore che ho.

Leonard Cohen

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