Cinema, musica

20.000 Days on Earth – Memoria e Trasformazione

Dopo qualche mese di attesa siamo finalmente riusciti a vedere 20.000 Days on Earth, un docu-film che vede come protagonista e co-autore Nick Cave, il cantautore australiano che più di altri è riuscito a dare un’impronta riconoscibile agli ultimi venti o trent’anni di musica. Dopo quelli degli anni ’60 e ’70 è forse l’unico ad aver raggiunto un’immagine iconica e unica.

Ma andiamo diretti al punto, ovvero a 20.000 Days on Earth: nelle sale italiane solo il 2 e 3 dicembre, era atteso da molti, specie considerando che si tratta di un’opera già premiata e ben accolta un po’ ovunque.

Il documentario, in questo caso, è fiction: tutti recitano, soprattutto Nick, protagonista e voce narrante dell’opera. Nulla di contraddittorio, in questo, poiché sono due le direttrici lungo cui si sviluppa una pellicola che sorprende per un ottimo equilibrio tra fotografia, montaggio e uso del suono. Non tanto il suono delle canzoni (che ci sono, è chiaro, quasi tutte dal vivo o in studio), ma quello dei tacchi di Nick che cammina, della strumentazione musicale, delle automobili. Suono quotidiano che aiuta il montaggio nei passaggi chiave tra la narrazione, la giornata “tipo” (la 20.000esima sulla terra, appunto) del cantautore a Brighton (dove ora vive) e le scene tratte dai momenti di registrazione dell’ultimo album o dai live dionisiaci dell’australiano, accompagnato quasi sempre dal polivalente e carismatico Warren Ellis. Stacchi di regia interessanti, che ci accompagnano in un sali e scendi composto a volte da maggiore intimismo, altre da lampi emotivi tipici dello stile di Cave. Due direttrici, dicevamo: la memoria e l’apparente dicotomia tra tra finzione e realtà.

20000 Days on Earth

La memoria, i ricordi

Una delle prime scene del film vede Nick Cave impegnato in una sorta di seduta di psicanalisi, in cui racconta della sua infanzia. Dichiara apertamente di aver paura di perdere la memoria, di considerare i ricordi quello di cui siamo fatti, la nostra stessa identità. Scrivere, fare musica ed esibirsi sono per lui attività tramite cui immergersi in uno stato di recupero delle sensazioni di quando era un bambino spericolato. L’accesso al ricordo e gli sconosciuti meccanismi della memoria tornano di nuovo quando, più avanti, dichiara che mentre le viviamo le nostre esperienze sono caotiche, fragorose, confuse: abbiamo poi la possibilità di dar loro una coerenza tramite la nostra storia e attraverso la narrazione stessa della nostra vita. La memoria in sé pesca ricordi come da un cilindro, non sa perché questo e non quell’altro. Emblematica è la bellissima scena in archivio, in cui un soggetto terzo mostra a Nick alcune fotografie o alcuni scritti scelti per l’occasione, in un’atmosfera buia da diapositive, da cinematografo d’altri tempi, in una sala magica: i documenti in questione non sono vagliati e selezionati dal protagonista, che rivive inaspettatamente periodi, istanti, persone di cui ha fatto esperienza lungo la sua vita e la sua carriera. L’immagine di un singolare personaggio conosciuto a Berlino, un diario in cui annotare le condizioni atmosferiche e soprattutto la fotografia dell’attuale moglie (che non si vedrà mai, in volto, per tutto il film) che implode ed esplode in un mosaico impazzito di immagini e immaginari femminili legati al cinema, all’arte, ai programmi televisivi, agli spot pubblicitari. E’ uno dei momenti più emozionanti del film ed è supportato da un montaggio serratissimo e dalla voce del cantante che racconta di quando ha visto per la prima volta la compagna e madre dei suoi figli.

La finzione e la realtà, l’arte e la vita

Interno, scuro: siamo ancora con lo psicanalista. Nick Cave parla dei suoi genitori, di quando era ragazzo. Suo padre gli lesse la prima pagina di Lolita, di Nabokov. Gliela spiega, entra in quella pagina insieme al suo ragazzo, si accorge di come suo padre si trasformi nel fare esperienza di qualcosa di importante e significativo per lui, come leggere e cercare di trasferire a suo figlio la bellezza delle famose alliterazioni del capolavoro di Nabokov. Transformation (o “transported”, o “transformed”) è una parola che userà diverse volte durante il film, a più riprese e per definire momenti diversi. Di lì a poco, ancora parlando dei genitori, racconterà di come, a quindici anni, usciva di casa mascherato, vestito da donna, conciato in ogni modo. Ancora transformation, di nuovo la necessità di farsi altro da sé per esistere pienamente.

“Sono sempre stato vanitoso”, ci suggerisce fugacemente sorridendo e vergognandosi un po’. L’approccio “fisico” ed estetico di Cave è palese, cercato, voluto. Lo caratterizza da sempre una figura singolare, sghemba, dall’intensità dirompente. Kylie Minogue, seduta nel sedile posteriore dell’automobile guidata dal protagonista, racconta di quando lo vide esibirsi dal vivo la prima volta: ne parla come di un albero con dei rami sottili, o qualcosa di simile (perdonate se ci sono parole inprecise, ma non posso rivedere il film mentre scrivo). L’impressione che sempre si ha è quella di un performer nato, di una persona che raggiunge una catarsi nell’esibizione (senza farne mistero: Cave vive per quegli istanti e lo spiega). Scrivere, suonare, esibirsi: per concepire la realtà, per comprenderla e persino per viverla è necessario l’atto artistico, la finzione, la maschera. Nelle prime battute di 20.000 Days on Earth Cave parla della moglie e di come lei sappia bene di dover accettare che la loro intimità venga rimescolata e rimacinata per diventare altro: una canzone, dei versi, una melodia. Tutto, per esistere semplicemente, diviene espressione artistica. Lo abbiamo visto con i ricordi, poco fa.

Il film stesso è un documentario completamente recitato, a tratti persino manieristico: può sembrare una contraddizione in termini, ma lo è in modo necessario. Le battute, le scalette pronte, le inquadrature, la luce, le pause, l’impalcatura studiatissima del film fanno sentire Cave a casa sua, trasformato e mascherato, pronto a raccontarsi in modo mai patetico o eccessivamente intimo. Kylie Minogue gli confida di aver dovuto leggere la sua storia prima di incontrarlo (per la collaborazione di “Where the wild roses grow“) e lui le risponde, ridendo, che tanto era finta pure quella. Sottolinea, poi, che le sue canzoni parlano sempre di persone reali, in carne e ossa: nonostante questo è impossibile non notarne la sostanza mitica: angeli, eroi, battaglie, navi si alternano nelle sue migliori composizioni. Arriva a dire che nell’esperienza artistica Dio esiste, ma non esiste nella realtà, non nella quotidianità. Trasformazione, ancora, e necessità di trascendere la realtà tramite le proprie vie espressive per farla esistere, per viverla a fondo.

Di certo l’abbiamo capito, abbiamo toccato con mano quella che è la necessità di creare, di portare alla luce qualcosa che si trasforma e che trasforma chi tenta di maneggiarla.

C’è un mostro marino che ogni tanto, e solo ogni tanto, ci capita di poter vedere emergere con la sua pinna dalla superficie del mare: parole e musica non sono altro che gli strumenti per tentare di vedere quella pinna. Il film non poteva che chiudersi con una metafora, perché la realtà nella sua interezza sfugge sempre o non c’è mai, va presa alla larga e scrutata, trasformata in sempre nuovi linguaggi. Sembra, però, che valga la pena raccontarla: non dobbiamo mai rinunciare a farlo.

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